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Gennaio 6, 2008

Piumazzo

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Musica e liturgia

Gennaio 6, 2008

 

Musica per la liturgia fra tradizione e novità

 

Relazione di M°. Mons. Marco Frisina

tenuta a Bologna nella Cripta della Cattedrale di San Pietro

Domenica 20 novembre 2005 – Solennità di Cristo Re dell’Universo

 

L’argomento mi pare molto bello, perché è una cosa che mi è stata a cuore da sempre, da quando cominciai a scrivere proprio i canti per la liturgia. Il primo canto in assoluto che scrissi, prima che entrassi in Seminario,

Io mi stavo diplomando (mi sono diplomato in composizione nel ’79 a Roma), e mi avvicinai al Seminario nel penultimo anno di studi musicali, credendo, probabilmente, di non scrivere più musica. Pensavo così: quando si fanno certe scelte si è un po’ radicali interiormente, per cui uno non pensa a tante cose che potrebbero anche essere utili.

Entrando in Seminario il Rettore di allora, Mons. Romano, mi chiese, per il Seminario, i primi canti. E allora cominciò questa avventura. Mio malgrado a dire la verità, perché io pensavo che se dovevo scrivere musica, doveva essere musica sacra di un certo tipo, diciamo anche di una certa elevatezza. Venivo dal Conservatorio, dopo aver fatto tante fatiche (io pensavo dentro di me), quindi volevo dare soddisfazione al mio desiderio di far vedere quanto valessi. Queste cose da giovani (avevo allora 23 anni), ce le portiamo dentro: adesso ci posso sorridere, ma allora non era così facile.

Ma il Rettore, Mons. Mangano, ora Arcivescovo di Cagliari, era molto sicuro, molto deciso nelle sue richieste, e volle dei canti semplici, perché li doveva far cantare a dei seminaristi – che per tradizione non sono sempre eccezionali come cantori – e d’altra parte, dignitosi, degni della Liturgia. Dovevano essere secondo la tradizione, però dovevano far cantare tutti; dovevano seguire i testi del messale come indicavano i documenti della Chiesa, ma nello stesso tempo dovevano coinvolgere immediatamente.

Avevamo un gruppo di preghiera di giovani che era un punto di riferimento per noi. D’altra parte erano gli anni ’70, e canti liturgici ce ne erano tanti, giovanili; ma erano poco liturgici e molto giovanili, e il Rettore non li amava per niente. E allora lui, come punto di riferimento, mi diede sempre il gregoriano. Stiamo parlando del ’78-‘79, diventava Papa Giovanni Paolo II mentre io entravo in seminario. Questo fu l’inizio della mia avventura con i canti liturgici.

E devo dire che i primi anni sono stati un po’ duri, perché cercavo di capire che cosa fosse veramente necessario. E devo ringraziare Dio proprio di quei due anni iniziali, perché mi diedero chiarezza (allora non mi sembrava chiaro quello che dicevo poco fa, mi sembrava di dover mettere d’accordo due opposti).

Invece quello sforzo mi fece capire che era possibile rimanere fedeli alla tradizione della Chiesa e, proprio interpretando con fedeltà quella tradizione, creare un repertorio per tutti e nello stesso tempo di una qualità sempre più alta. E cominciai a fare i primi tentativi, le cui cavie erano i seminaristi. Ma quei tentativi mi furono molto utili perché capii cosa non si doveva fare e cosa si doveva fare, e scoprii alcune cose che adesso, dopo tanti anni, ho razionalizzato in maniera maggiore.

Scoprii che è importante innanzi tutto capire che cos’è tradizione: di questo vorrei parlare, perché a volte, soprattutto oggi, c’è un po’ di tradizionalismo, di nostalgia, come se i tempi passati fossero i migliori. Queste sono cose che avvengono in ogni epoca, e in ogni epoca sono abbastanza ridicole, perché i tempi passati appaiono sempre migliori, con l’ottica di oggi: è un po’ il romanticismo del passato. Ricordo che quando ero bambino non si cantava quasi nulla in parrocchia; adesso, per grazia di Dio, si canta molto di più. Certo, una volta c’era una società più semplice, però non è detto che fosse una società più santa o più vicina a Dio; i problemi erano gli stessi di oggi. E poi, come disse Agostino: “il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora”; quindi

 

Benedici Signore…è del 1977, quando tanti di voi non erano ancora nati. E quei canti nacquero proprio per una esigenza pratica. 1

 

quello che c’è è oggi, e oggi bisogna lavorare con quello che abbiamo, con quello che esiste. Quindi con molto realismo: io allora avevo i seminaristi, oggi ho il coro diocesano e anche l’orchestra, ma quello ho.

E allora cominciai a capire che la tradizione è una consegna che mi viene fatta, ma di cui io sono responsabile non perché la devo custodire a chiave o, per usare le parole evangeliche, perché devo mettere il talento sotto terra. Invece devo rendere questa consegna viva oggi, e poi devo consegnarla al domani: il mio compito è quello di passamano, non ne sono il padrone. E allora questo significa che, con umiltà, bisogna leggere la tradizione, capire che cosa la tradizione ci consegna; e con la stessa umiltà sforzarci di essere coloro che la incarnano oggi, la sua ricchezza, per poterla consegnare alle generazioni future.

Capii, per esempio, che non devono essere scritti canti per i giovani e canti per gli adulti: i canti sono per tutti. Quello che diceva prima don Gabriele [Cavina] mi fa particolarmente piacere perché è l’intenzione prima: io non voglio scrivere canti per i giovani, voglio scrivere i canti per la Chiesa, per la comunità ecclesiale. E devono essere coinvolgenti per i giovani come per gli anziani, per gli intellettuali come per i semplici. Non devo, io, fare un repertorio, come dire, mirato: non sono mica un commerciante che devo vendere dei prodotti mirati. Io non vendo un prodotto, io aiuto, devo aiutare i miei fratelli a pregare.

E la Chiesa mi dice come fare: quindi io lì devo stare, in qualche modo anche prigioniero di quelle richieste: come allora in Seminario, alla mia Chiesa, adesso alla mia diocesi, e anche alle altre Diocesi, devo dire la verità. Ma queste sono richieste che mi vengono fatte perché sono al servizio della Chiesa, e non viceversa.

 

La normatività del gregoriano

 

Il gregoriano cominciò a essere per me un riferimento, ma non come spesso s’intende, come se bisognasse imitarlo, copiarlo, fare una sorta di camuffamento del gregoriano. Sarebbe come dire un uomo del Medioevo vestito con l’abito di oggi. Non ha senso.

Allora il gregoriano la Chiesa lo nomina come

Il fatto che il gregoriano sia normativo ha un valore molto importante. Voi sapete che cosa significa normativo? Che fa legge. Vuol dire che nel gregoriano ci sono delle regole dentro, delle leggi, delle strutture che sono valide eternamente e non sono legate al linguaggio medievale, ma possono essere valide anche oggi e saranno valide domani.

Per me è molto importante questo che vi sto dicendo, perché sono queste regole che devono condizionarci tutti, così come la Chiesa ci chiede. Quando ero più giovane pensavo a queste cose come un peso, perché come tutti i giovani scalpitano quando vengono chiusi dentro a delle scatole o dentro a dei criteri. Ma adesso, ormai non più giovane, diciamo ex-giovane (non mi sento vecchio, non sarò mai vecchio, spero) capisco che quei criteri, quelle regole, sono la freschezza del canto liturgico, sono la garanzia di cui il canto liturgico si avvale, quindi è sempre fresco.

Di quei criteri ne ho enucleati cinque, che per me sono dei binari, e ve li volevo illustrare per farvi capire questo “avvicinare” due cose così apparentemente lontane.

normativo, così dicono i documenti.

 

Cinque criteri

 

1. Innanzi tutto il gregoriano ci insegna

il primato della parola sulla musica. Cosa vuol dire? Il gregoriano non mette le parole sulla musica, ma fa sì che la musica allarghi, dilati il valore di una parola e sia al suo servizio. Si pone al servizio della parola, perché la musica di fatto è questo. Quando Dio creò il mondo, io dico sempre … ci sono sicuramente dei giovani che studiano fisica … nel momento dell’era di Plank, alla 10-43 dell’universo, quando, all’inizio di tutto, si cominciavano a separare gli elementi, le leggi fondamentali della fisica, quando cominciò ad esistere il mondo e la materia così come la conosciamo, Dio mise all’interno di tutto (cominciò 2

 

allora e continuò fino ad adesso) il suo

Il Verbo è la logica di tutte le cose, e io direi anche è l’armonia delle cose, ossia quella capacità che le cose hanno di essere tra di loro correlate. Anche vedendo il parco del Seminario dove sono ospite, la bellezza della natura questa mattina, con questo sole bellissimo, risplendeva. Ma che cos’è che risplende? Soprattutto, che cos’è che noi percepiamo? Percepiamo l’equilibrio del tutto, l’armonia del tutto, e ci sentiamo come se tutte le cose cantassero un bellissimo canto che noi ascoltiamo; abbiamo quella sensazione.

Beethoven, quando era depresso, era triste, aveva le sue grandi disgrazie, andava nel Prater a Vienna e si immergeva nella natura, perché lì soltanto trovava pace e ritrovava quell’armonia stupenda che ha tradotto in musica nella “Pastorale”, la 6° sinfonia, che è l’omaggio all’armonia del mondo. E Beethoven ci insegna (ci sono delle parole bellissime nei suoi quaderni di appunti) che la musica è leggere questo Verbo nascosto, ascoltare quest’armonia nascosta, che l’uomo solo sa intendere perché è fatto a immagine di Dio, è una lingua che può capire solo chi è fatto a immagine di Dio.

Capite allora che le parole, che veicolano i concetti, sono dei codici per parlare, per poterci intendere; se io dico “tavolo”, voi capite che è il tavolo e se avete il concetto e dicessi “table”, o “scuhan” ecc.. in qualunque lingua, sarebbe incomprensibile per chi non capisce il codice; ma se io vi faccio un pezzo di musica che raffigura il tavolo, se io sono capace di farvelo capire, voi capite immediatamente che è il tavolo e non c’è bisogno di parole. Quindi la musica è qualcosa che sorpassa le parole, ma nella rivelazione del Verbo, quando il Verbo si è rivelato, le due cose devono andare insieme. E’ come se le parole che Cristo ci ha svelato, con la musica diventassero potentissime, concetti animati da questo linguaggio universale, che il Signore ci ha regalato, e che si pone al servizio di quei concetti, di quelle parole per poterci nutrire spiritualmente, in maniera eccezionale.

Quindi la musica al servizio della Parola di Dio, è la Parola di Dio rivelata, sono rivelazioni di rivelazioni, è una specie di rivelazione al quadrato la Parola cantata. Quando san Benedetto dice “pregare due volte, cantando”, vuol dire questo: è una preghiera potenziata. Non è soltanto dire “Vieni Signore Gesù”: una cosa è dirlo, una cosa è cantarlo, perché nella musica noi sentiamo di unirci a tutto, anche al corpo, alla mente, … a tutto, dicendo delle parole; quindi diventa un gesto straordinario.

Quindi, capite, nel gregoriano la musica è al servizio della parola, perché è al servizio di Cristo; serve proprio ad aprire le parole, come a schiuderle, a renderle più comprensibili, al punto tale che se uno non capisce le parole, attraverso la musica le capisce, tanto è forte il legame. Se noi cantiamo il

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verbo, il suo logos, a governare la creazione, dando a tutte le cose il significato, il senso, il valore che dovevano avere. Le cose dovevano parlare, dovevano narrare la gloria di Dio. Cominciò da subito: le leggi universali, come la gravitazione, l’elettromagnetismo, le leggi nucleari sono cose meravigliose. Anche la fisica oggi, che prima non aveva queste cognizioni, ci mostra la bellezza del Verbo per mezzo del quale tutto è stato fatto. Veni Creator, noi non capiamo magari. Io da bambino non capivo niente: Guttura, non sapevo cosa fosse, Paraclitus, … Io ho fatto la Cresima che avevo otto anni, però io ricordo il giorno della Cresima come un momento emozionante, quando si sente il Veni Creator, perché la musica insieme a quelle parole, di cui non capivo il significato concettuale, la musica me lo aveva fatto intuire. Veni Creator Spiritus … vi ricordate com’è questa melodia? E’ una melodia che si espande, come se il nostro cuore si aprisse, e il gregoriano vuole questo: la musica legata a quelle parole vuole aiutare a farci capire. Quindi questo legame con il primato della parola. La melodia. Il gregoriano è melodia. Essenzialmente melodia, non c’è neanche accompagnamento; se lo vedete il gregoriano non ha l’accompagnamento, è melodia pura. Io ci pensavo a questo fatto, di questa melodia pura, semplice a una voce sola, così essenziale. Ma che cos’è la melodia? La melodia è una cosa molto importante, perché, attraverso la melodia noi trasformiamo i suoni, qualsiasi suono, in qualcosa di comprensibile. I suoni, da soli, sono soltanto dei rumori; avete sentito prima: c’era il flauto, la chitarra, l’organo, sono strumenti; l’aria passa nelle canne dell’organo e fa un rumore. Eppure questi rumori, messi in ordine, creano delle melodie 3

 

che provocano in ciascuno di noi una reazione. E’ una cosa un po’ misteriosa la melodia, le note sono sempre quelle, si dice sempre con sette note si sono fatti miliardi di musiche, eppure quelle stesse note in un ordine danno una reazione, in un altro no. Vi siete domandati perché? A volte sono le stesse identiche note, a volte anche nella stessa successione, ma le durate cambiano; e la durata, unita all’altezza delle note, provocano in noi una reazione o un’altra. Noi ci commuoviamo a volte per una melodia. Come è possibile che ci si possa commuovere? Che cosa succede? E’ perché una melodia è una sintesi di tante informazioni che vanno a toccare nel nostro cuore una sorta di tastiera misteriosa, la tastiera dell’anima, che reagisce, che vibra in sintonia con noi. Ci sono delle melodie che commuovono, delle altre che eccitano, delle altre che ci addormentano, pensate alla ninna nanna, altre che danno la sensazione della maestà, altre della dolcezza, della forza, ecc. Perché? Perché dentro questo rapporto melodico tra i suoni il compositore ha messo delle informazioni, e nella preghiera la melodia è necessaria, perché la preghiera è sempre un atto di amore a Dio, e la melodia nella liturgia è sempre un grande canto d’amore. Il cuore, nel canto liturgico, nella melodia liturgica, deve sempre aprirsi verso Dio. La melodia, quindi, è molto importante: senza di quella non c’è preghiera, senza di quella le note sono una dopo l’altra. Quando sentiamo una melodia che non ci fa né caldo né freddo, a noi non piace, è insipida, non dice niente. Che vuol dire? Che quella melodia non crea nel nostro cuore un giusto rapporto con noi: e allora non serve. Non è che la musica è obbligatoria. Io lo dico spesso: se un canto non è utile alla preghiera, è inutile farlo, non è obbligatorio, non siamo mica obbligati a cantare. Se si canta bisogna che il nostro cuore vibri nel canto. Lo dico soprattutto per noi, perché per noi musicisti è difficile fare così, far le melodie, però le melodie il gregoriano ce ne ha lasciate tantissime, meravigliose, ci possono commuovere perché è come se ci accompagnassero per mano a comprendere questo mistero d’amore che ci lega a Dio. Guardate: si canta solo per amore. Lo dice anche l’introduzione al Messale che si canta per amore: è una frase di Agostino. Io vi aggiungerei: solo per amore. Chi non ama, non canta, non ha nessuna ragione di cantare, e la melodia ne è l’espressione, è l’espressione dell’amore del cristiano verso il suo Dio, verso i suoi fratelli: è melodia. Noi siamo italiani, poi, e gli italiani hanno esportato in tutto il mondo la melodia, ce la invidiano tutto il mondo, forse perché siamo capaci di innamorarci, siamo un po’ passionali, siamo italiani, ma questo è un grande dono che abbiamo ricevuto per tutto il mondo noi italiani, dovremmo veramente cercare di farne tesoro. All’estero non sanno fare le melodie, è difficilissimo che troviamo delle belle melodie, lo so perché me lo dicono. E quindi il gregoriano invece ci insegna anche questa cosa: la melodia, che nella sua nudità deve essere eloquente.

3.

Le forme del gregoriano. Se voi avete un po’ di dimestichezza del gregoriano, conoscete quali sono le forme del gregoriano: il salmo, l’inno, l’antifona, il responsorio, la litania ecc. Sono tutte forme che, se andate a vedere, sono tutte legate all’azione liturgica, non ce n’è nessuna non legata all’azione liturgica. Forme scelte solo per accompagnare l’azione liturgica. Per esempio non si trova il mottetto. Il mottetto nasce storicamente in un periodo in cui si abbellisce una melodia al punto tale da renderla indipendente per il coro. Per esempio, si prendeva uno spunto gregoriano e se ne faceva poi una composizione meravigliosa. Noi abbiamo grandi mottetti: Palestrina, la scuola romana, ecc. fino al ‘900. Però questa forma non la trovate nel gregoriano. Nel gregoriano ci sono delle forme molto più semplici. Antifona e salmo, ovvero un ritornello, che è di tutti, e un salmo, che è della schola. E’ normale, questa è la struttura normale dei canti di ingresso, di Comunione, anche di offertorio. Trovate l’inno che è tutto strofico, ossia strofe con la stessa musica con parole diverse, trovate le litanie, trovate il responsorio e anche il graduale che è simile al mottetto, il graduale che è il salmo responsoriale, di fatto, ma che è anche un po’ più complesso, fatto per un solista, fatto per un gruppetto di persone più esperte. Ma all’interno di tutti i brani sono pochi quelli che hanno queste strutture. In maggioranza sono strutture partecipative, proprio perché fatte per la liturgia. Per cui quando uno si accinge a scrivere un brano per la liturgia deve stare attento che rientri in una di quelle forme, deve stare attento perché così è sicuro che nella liturgia è utile, ha una locazione opportuna. 4

 

4.

5.

Allora, queste 5 caratteristiche si adattano anche oggi a qualunque canto, perché non sono legate a un’epoca. Il valore della parola, la liturgia, la forma, l’atmosfera spirituale, l’eseguibilità possono essere di qualunque canto, di qualunque epoca. Io non ho parlato di imitare lo stile gregoriano, perché non m’interessa imitarlo, perché non sarei capace, perché io vivo 1000 anni dopo, e anche più di 1000 anni dopo. E’ come voler fare un falso: vediamo un bel capolavoro rinascimentale, ci mettiamo a dipingere come si faceva nel Rinascimento. Si vede che è un falso, si vede che non è vero. Ma queste caratteristiche no, dobbiamo tenerle presenti, perché queste fanno dei canti, anche oggi, un canto che può essere spiritualmente fruibile, che è giusto per la liturgia e che ci aiuta nella preghiera.

Per esempio, come può un canto liturgico, oggi, essere normato come il gregoriano? Facile: la Parola di Dio deve essere il testo. Lo dice il Concilio già 40 anni fa, che i canti liturgici devono essere tratti esclusivamente dai testi liturgici o dalla Parola di Dio e gl’inni e le altre cose create apposta devono essere in continuità con i testi biblici e liturgici, non si possono scostare da lì. Lo diceva 40 anni fa. Quindi, vedete, anche oggi la musica deve seguire il testo. Per esempio, io non posso fare il canto di Pasqua che sembra il

Così come la forma: se io devo far cantare un’assemblea, la forma deve essere quella del gregoriano, l’antifona, con il salmo successivo, una strofa successiva. E l’antifona è fatta dal popolo. Potrei pure scegliere un’altra forma, la litania, potrei scegliere anche l’inno, ma devo scegliere una di quelle forme per far pregare tutti, se no me la faccio per me, mi scrivo un bel canto per me, me lo ascolto e me lo canto. Ma poi che cosa ci faccio? Posso pure scrivere un capolavoro, ma non serve alla Chiesa.

Il linguaggio stesso musicale, il linguaggio con cui è scritta questa musica. Io di solito dico sempre che c’è una emozione all’interno del gregoriano, ma un’emozione composta, come se chi sta pregando sentisse vibrare nel cuore e rimanesse stupito, fermo, orientato verso il cielo, poi si mettesse a ballare insieme a quello che sente, ma lo tiene integralmente e lo fa uscire come se fosse un fiore, come se fiorisse. Questa atmosfera tipica del gregoriano, emoziona sempre. Io capisco che per chi non è abituato a sentire il gregoriano può sembrare una cosa poco emozionante, ma se voi lo sentite bene, eseguito bene, capite quello che voglio dire. Il canto gregoriano, nella sua semplicità, provoca in noi, però, una sorta di nostalgia di cielo, di dilatazione del cuore, anche volendo di forza, in certi casi, certe melodie, certi inni, certe antifone, anche di gioia. Certo in un linguaggio che per noi può sembrare antico, perché è di 1000 anni fa, questo lo capisco, ma l’atmosfera generale è quella ed è importante. Noi diciamo: è musica sacra, subito. Ma perché diciamo subito che è sacra e non profana? Perché sentiamo che tutti questi elementi ci orientano in cielo, in alto. L’eseguibilità. Che vuol dire? Che i brani gregoriani, come estensione, come intervalli, sono tutti eseguibili; non ci sono cose strane, non ci sono estensioni esagerate, ma soprattutto non ci sono intervalli innaturali, tutto è melodicamente eseguibile, perché era eseguito da persone normali. Non c’era il coro della Scala o, qui, del Comunale di Bologna, non c’era il professionista che doveva esibirsi: era il popolo o il coro, che poi era parte del popolo, che doveva eseguire quei canti.

Miserere del venerdì santo. Perché? Perché io devo seguire il testo: se c’è un Alleluia e c’è un Miserere, la musica sarà diversa; non posso fare un Alleluia dopo un Miserere o viceversa, perché la musica deve aiutare a capire il valore delle parole, che cosa ci sta dicendo quel testo. Se io musico, per esempio, il Maranatà, questa parola Maranatà significa: “Vieni Signore Gesù”. E’ un’invocazione, è un grido, non è che me lo dico a me stesso “Vieni Signore Gesù”, no. E se lo devo cantare con tante persone, devo dare a tutti la sensazione di dire: Vieni Signore Gesù, perché se io faccio questo con la musica, tutti lo capiranno, potranno pregare. Per quello ho scritto il Maranatà in quella maniera, va in su la melodia, va salendo….fino ad arrivare in cima, fino a quel: Vieni Signore Gesù. L’ho fatto apposta, mica è venuto per caso: mi metto lì e faccio le prove finché non viene come dico io. Ma è la parola che deve essere prima, è lei che deve uscir fuori. Perché? Perché non sono io che canto me stesso, io canto la parola della Chiesa. 5

 

Così come l’eseguibilità: se io faccio un canto che ha bisogno di un soprano che vada al si bemolle acuto, ma che lo faccio a fare? Lo faccio se ho il coro a quella maniera, sennò non lo posso fare, non mi serve. Così come l’atmosfera, non è che ci metto lì una bella chitarra con distorsore, con una bella batteria elettronica, per fare il Maranatà. Potrebbe anche andare di moda, ma io voglio far pregare, non voglio mica fare la

Quello che voglio farvi capire: quello che deve sempre vincere è la Chiesa, è bello che sia così. La vostra parrocchia, la vostra realtà totale fatta di popolo e coro (una parola su questo poi lo diciamo).

disco dance. Ho bisogno che chi lo fa lo senta dentro questo, non fuori: è facile farlo sentire fuori, dentro deve essere sentito. Quindi come il gregoriano, quello stupore, quella emozione tutta profonda che deve sempre esserci. Vedete, io faccio questi esempi che sono tanti: bisogna sempre considerare come ogni canto è dentro poi ad un microcosmo, ad una realtà complessa e certe cose si devono fare anche con una certa pratica; alla fine poi si tratta proprio di imparare come si fa, e poi di cercare sempre, perché non si finisce mai d’imparare come. Avete notato poi, se voi che cantate i miei canti, che i miei canti si possono eseguire a una voce o a quattro voci, alcuni addirittura fino a nove voci. Se avete la raccolta di “Cristo nostra Pasqua”, lì se uno si vuole divertire ce n’è di tutte le misure 4,5,6,7,8,9 voci; però, tutte si possono eseguire a una voce. Perché faccio questo? Perché conosco bene le parrocchie, conosco i gruppi, conosco le comunità. Allora ci sono alcuni sono che sono cori bravissimi, addirittura ci sono cori delle cattedrali; e poi ci sono parrocchie che se hanno 5,6 cantori è una grazia di Dio. Allora cosa fare? Puniamo quelli che hanno 5 cantori, oppure viceversa puniamo i grandi cori delle cattedrali? No, facciamo in maniera tale che quel canto possa essere adattato da loro, secondo la misura dell’opportunità, senza che si tolga niente al canto. Certo, avere l’orchestra, il coro e tutto il resto è più bello che non averlo, questa è un’altra cosa, però se si può avere anche solo uno che canta, e canta la melodia, per questo io parlo di melodia, la melodia può da sola aiutare a pregare anche tutti, anche da soli. Non è facile, eh, ogni volta, però ci si riesce, ormai diventa un’abitudine, si pensa già in maniera modulare; e poi magari è bello vedersi tutti insieme. Magari in una delle vostre parrocchie si fa a una voce il canto, in quell’altra si può fare a 4 voci, magari un po’ scarse; poi magari ci si vede tutti insieme, tra parrocchie diverse, si mettono insieme le forze e il brano viene fatto integralmente come deve essere fatto con gli strumenti, con i cori, con i solisti: è bello poterlo fare, si può fare così.

 

Conclusione

 

E ricordatevi alcuni criteri. Per esempio, non tutta la musica sacra è liturgica. Questo è un criterio cui bisogna stare attenti. Allora: c’è la musica profana, quella proprio non la consideriamo, ce ne sono tanti di brani, ed a volte s’intrufola anche nella liturgia, ma non c’entra niente; poi c’è la musica religiosa, che è quella che s’ispira a Dio, alle cose di Dio, ma qui mancano caratteristiche precise, come quelle che vi ho detto prima. All’interno della musica religiosa, poi, c’è la musica sacra che è quella fatta sulla Parola di Dio, usando i testi, con l’atmosfera anche spirituale; ma non basta. All’interno della musica sacra c’è la musica liturgica che è fatta esclusivamente per la liturgia, appositamente.

Faccio un esempio: la Messa in si minore di Bach è il massimo, a mio avviso, che è stato espresso come musica sacra dedicata a Dio, più di quella credo non se ne possa fare. Eppure quel capolavoro incredibile che era la Messa in si minore di Bach non si può eseguire durante la liturgia. Perché? Perché la forma, la struttura, l’eseguibilità e tutto il resto non è adeguato alla liturgia; perché il Gloria dura 1 ora, ha bisogno di 4 solisti, di un coro incredibile, di un’orchestra bravissima e non ha senso questo, perché se tu senti il Gloria e ti metti seduto a sentirlo, ti dimentichi anche che sei in chiesa e stai a dir messa; e dopo un’ora ti ricordi che bisogna continuare la messa, che c’è la colletta e tutto il resto. Chiaramente è un capolavoro assoluto: allora bisogna eseguirla dopo la messa, o prima. Avanti si celebra la messa e dopo inizia il concerto, uno si siede e si sente questa cosa meravigliosa e va in paradiso. Ma non è celebrazione, è celebrazione in un altro senso, non è

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più una celebrazione eucaristica. Non so se capite questa differenza. E’ importantissima, perché uno dice: ma è tanto bello questo pezzo, perché non lo facciamo? Non basta che sia bello, deve essere adeguato alla celebrazione, altrimenti invece di essere bello diventa ingombrante. E’ come mettere un mobile troppo grosso in una stanza piccola. Ma soprattutto distrae, perché il fine della celebrazione è lodare Cristo Eucaristia. Se io non arrivo lì con il cuore e con tutto me stesso, io mi distraggo. Tanto è vero che i canti si devono interrompere quando l’azione liturgica corrispondente è finita. Per esempio, il canto d’ingresso è un canto d’ingresso. Non è che io devo eseguire le 12 strofe del canto, il parroco è arrivato magari all’altare, si siede, dopo un quarto d’ora, finito il canto, si rialza per continuare la messa. No, io capisco che il coro ama quel canto e lo vuole fare, allora magari comincia prima, ma, finito l’ingresso, il canto è finito. Così alla Comunione, così all’Offertorio, proprio perché il canto in quel caso è al servizio della liturgia. Certo se io eseguo il Kyrie della Messa in si minore, il primo Kyrie dura 10 minuti, poi c’è il Christe, sono altri 6 minuti, 8 minuti del secondo Kyrie si va un po’ fuori tempo. Non posso interrompere Bach, gli sparo? No, non si può. E allora, capite bene, non è opportuno.

Questo vi fa capire che l’azione liturgica governa, però non significa che noi non dobbiamo eseguire anche brani belli, brani di grandi capolavori: dobbiamo eseguirli nei luoghi giusti. Magari come 2° canto di Comunione, quando tutto il popolo ha fatto la comunione si siede e possiamo pregare tutti con un meraviglioso mottetto di Palestrina, così come all’Offertorio, se non c’è una grande processione, … si trovano dei momenti; e soprattutto fuori dalla liturgia sono mille i momenti. Ma, capite, anche lì è una questione di equilibrio, di opportunità all’interno dell’azione liturgica. E ricordatevi sempre la finalità, il fine: il canto liturgico ha come finalità, dicono i documenti della Chiesa, la gloria di Dio e l’edificazione dei fratelli, non lo spettacolo del coro o del direttore.

E così andando avanti ce ne sono tanti di problemi di questo genere, per esempio i ruoli.

A Roma c’era un prete, un parroco, che faceva tutto: celebrava messa, leggeva le letture, suonava, cantava, contemporaneamente: era un funambolo. Questo non ha senso, ma nella celebrazione c’è posto per tutto, anche lì in un’armonia superiore. Innanzi tutto c’è l’assemblea che deve cantare, l’assemblea è il coro più grande, ma è un coro vero, anche se vi sono dei soprammobili nell’assemblea, persone che stanno lì ferme, inchiodate sulla panca, non si muovono, non reagiscono. Possono esserci anche quelle, ma noi nell’assemblea dobbiamo avere a cuore anche questi, e insegnare all’assemblea che tutti siamo Corpo di Cristo glorioso, battezzati, che stiamo celebrando la Pasqua e dobbiamo tutti vibrare insieme a Cristo glorioso. Quindi anche il “soprammobile” deve cantare e dobbiamo trovare il modo, una strategia, per potere smuovere il cuore di questa gente, perché ci sarà grata dopo. E’ chiaro che l’ingegnere si vergogna di cantare avendo accanto la vicina di casa, perché dice: “Ora, se canto, che figura ci faccio, io che sono ingegnere”. Oppure la signora bene, del quartiere alto, che vicino ha la domestica magari della sua vicina di casa, “Mo’, se mi metto a cantare, che figura …”. Ci sono tutte queste piccinerie degli esseri umani. Davanti al Signore si diventa tutti bambini, tutti nell’innocenza cantando la gloria di Dio, bisogna insegnarlo, perché il canto ha questo valore. L’edificazione dei fratelli dei Padri del Concilio è questo: far crescere nel cuore della gente l’amore per Dio, e il canto aiuta, perché il canto libera, è liberante. Come le signore che cantano in casa, quando stirano, o i signori che si fanno la barba e fischiettano. In pubblico non lo farebbero mai, ma lì sono liberi, tranquilli, sereni; a maggior ragione davanti al Signore, bisogna liberare il cuore nel canto. E l’assemblea dobbiamo farla cantare.

Io, scherzando, ogni tanto dico che in San Giovanni (in Laterano) ci sono gli Apostoli, i dodici apostoli del Borromini intorno alla navata centrale, che sanno i canti, perché ormai li hanno imparati stando sempre lì. E alla gente chiedo: “Ma scusate, cantano anche gli apostoli, cantate anche laggiù in fondo, non sento, …” Li prendo un po’ scherzando, ma per far capire che è una cosa bella.

Poi c’è il coro. Il coro non è, come dicevo prima, come quello del teatro Comunale, che canta in chiesa. Il coro è l’assemblea più brava. Allora: i più bravi dell’assemblea vengono a cantare

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in coro. Ci sono quelli che hanno studiato canto, musica, che hanno una bella voce, a cui piace cantare, questi vanno a cantare nel coro. A me non interessano quelli che lo fanno per mestiere, io voglio quelli che sanno cantare col cuore. E il coro serve a questo, perché il coro è al servizio dell’assemblea e di Dio, non fa gruppo a sé dicendo: Ah, noi siamo del coro! Se siete del coro, vuol dire che siete al servizio della liturgia in maniera più cosciente degli altri. E anche i professionisti, se voi volete cantare durante la liturgia, vi dovete convertire. Mica ci si converte solo in altre maniere, anche nella musica bisogna convertirsi, su questo bisognerebbe fare un gran discorso anche ai compositori. Però ci si converte al servizio di Dio. E il coro infatti è in una posizione tra l’altare e l’assemblea perché è in questo servizio, e aiuta l’assemblea, la sostiene, canta le parti più difficili che l’assemblea non può fare, le strofe magari, ecc. ma non schiaccia l’assemblea, non dice all’assemblea: siccome voi siete ignoranti, sentite noi. Ecco, quest’atteggiamento non ci deve essere, deve essere l’atteggiamento di chi aiuta l’assemblea e dialoga con l’assemblea.

C’è poi il salmista. Il salmista ha un ruolo fondamentale perché lui non soltanto fa il solista, il salmista proclama la Parola di Dio, e col canto, e ha un valore grandissimo. Il salmista è quello che interpreta la risposta, il canto delle letture: la prima lettura propone e il salmo risponde. Quindi il salmista deve saper cantare bene, proclamare bene, salmodiare bene, come dice l’introduzione del messale, che vuol dire saper cantare parlando, parlar cantando, in maniera tale che tutti capiscano e possano con la musica anche essere nutriti.

Il solista, invece, è quello che interpreta alcune parti dei canti che sono riservate a un solista, ma è meno importante del salmista.

E poi c’è il celebrante. Mi viene da ridere perché penso ai miei confratelli: alcuni sono bravissimi, altri, diciamo, stentano …

Sorrido anche perché io ho il mio vescovo, il cardinale Ruini, che è stonato. Allora ogni volta dico: “Eminenza, ma almeno in recto tono …”. Il cardinale ha paura forte perché è stonato, lo so che è stonato.

Però è un problema ogni volta perché a Pasqua il celebrante deve cantare e deve cantare tutte le cose che gli appartengono, compreso il

Quindi vedete che tutti i diversi partecipanti all’azione liturgica hanno un loro ruolo. Una volta non era così chiaro. A dir la verità, faceva un po’ tutto il coro, il celebrante cantava, ma fra celebrante e coro si faceva tutto. Ma adesso è bello che ci sia tutta questa possibilità, compresi gli strumenti, l’organo, ognuno nella sua parte raffigura la Chiesa come corpo fatto di membra diverse che partecipano l’una all’altra all’unico amore.

prefazio, prima cosa, le orazioni, il canone. Il canto del celebrante dà il la a tutta l’assemblea e anche agli altri, ed è bello. Vi ricordate Giovanni Paolo II come cantava: lui era abituato a cantare e anche quando stava male cantava uguale, infatti quando lo sentivo cantare dicevo: “sta ancora bene”, perché per cantare, ci vuole che il diaframma sia a posto, e lui, infatti, fino alla fine, quasi, ha cantato; perché è il canto del celebrante, insieme all’assemblea, al coro, che porta su tutta la liturgia, come dice il prefazio. Nel prefazio il celebrante si prende per mano tutta la Chiesa e la porta sulla soglia del paradiso, la conduce lì e apre la porta e dice insieme agli angeli: cantiamo. 8