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Musica e liturgia

gennaio 6, 2008

“Sono convinto che la musica sia realmente il linguaggio universale della bellezza, che può unire tutti gli uomini di buona volontà sulla terra.”

Papa Benedetto XVI

 

 
Preghiera dei fedeli recitata il 30/5/2010 :
 

Il Coro S.Giacomo di Piumazzo festeggia oggi il suo compleanno, venti anni dalla sua fondazione. Affinchè continui ad elevare col canto le lodi a Dio e riscaldi i cuori dei fedeli, noi ti preghiamo.

 

 

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Questo articolo di Willer Comellini è stato pubblicato su “LA CARBONARA”, blog di Castelfranco Emilia. Ne pubblichiamo un sunto:

“E’ possibile osare e creare, usare duttilità e fantasia svolgendo, parallelamente, un’intensa attività di ricerca allo scopo di affinare qualitativamente il repertorio musicale e studiare nuovi testi e nuovi autori, realizzare adattamenti e armonizzazioni per coro, creare parti strumentali e nuove melodie. Questa pare l’unica vera regola che il Coro S.Giacomo, la direttrice Maria Teresa Mazzoli e l’organista nonché arrangiatore e compositore Lauro Casali, si siano dati.

Il Coro liturgico S.Giacomo di Piumazzo propone da un ventennio brani della tradizione religiosa classica e popolare eseguiti nell’armonizzazione tradizionale o arrangiati da Lauro Casali, spaziando dal repertorio gregoriano a Morricone, da Bach ai canti di Taizè. Il Coro propone esecuzioni da composizioni rielaborate per coro polifonico, valorizzando anche partiture non scritte pervenute attraverso la memoria orale o meglio, vocale, di coloro che quei canti avevano sentito o eseguito decenni fa. Caratteristica del coro è la caparbietà nel tentare vie nuove grazie alla verve e alla capacità di armonizzazione e sensibilità di Lauro Casali.

Vocato all’accompagnamento delle funzioni religiose, il Coro S.Giacomo vanta la riconosciuta caratteristica di una marcata rispondenza ai caratteri liturgici dell’azione musicale nonostante le coraggiose scelte di repertorio e gli arrangiamenti innovativi proposti.

Largamente riconosciute al Coro sono la freschezza espressiva e il dolce afflato delle voci sempre composte in un univoco, coerente e in  una (è proprio il caso di dirlo) corale unità emotiva tra testo, tensione religiosa e comunicatività del media musicale, senza alcuna teatralità od ostentazione di virtuosismo. Il compianto prof. Giovanni Santunione sosteneva che “se ascoltare un buon coro entusiasma, ascoltare il Coro San Giacomo emoziona”.

Dolcezza interpretativa e vocalità complessiva suadente, senza cadute nel mellifluo, nel monocorde o in strozzate sonorità un poco strillanti, rischi assai presenti nella realtà della musica sacra post Concilio Vaticano II o nei brani per i quali è frequente il maggiore adeguamento a canoni  interpretativi semplicistici, rappresentano un bel traguardo nella realtà dei cori liturgici.

L’origine del coro, fortemente voluto da Lauro e Teresa, risale al 1990. L’incipit per la sua formazione giunse dalla cerimonia di dedicazione a San Giacomo apostolo della chiesa parrocchiale che avvenne il 30 Maggio 1990 presenziata da S.E. Giacomo Biffi cardinale di Bologna con la partecipazione di tutti i parroci del vicariato e delle parrocchie confinanti. A quella data risale anche la prima apparizione pubblica del Coro la cui denominazione stessa trae origine dal nome del Santo Patrono.

Il culto di San Giacomo è sempre stato vivo a Piumazzo, che si trova sul percorso del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, su di un ramo della Via Francigena. Dal ‘600 era presente una chiesetta che sorgeva di fianco alla chiesa parrocchiale e denominata “Ospitale dei pellegrini”, che dava accoglienza a chi compiva il pellegrinaggio verso Santiago passando da qui: la costruzione fu abbattuta negli anni ’50 per fare posto ad abitazione civili, ma si conserva in canonica la bella campana con la sua montatura per campanile a bandiera

Il Coro nacque da frammenti di tante formazioni precedenti, Piumazzo era chiamato in passato “paese dei musici” talmente tante furono le risorse presenti e il potenziale espresso in persone e formazioni musicali che si succedettero. Dalla popolare “Cumpagni dla Flepa” al “Cunzert dla guaza”, a diverse formazioni di musica popolare succedutesi nei decenni che suonavano e cantavano nelle aie e nelle feste e per i quali l’unica paga consisteva nel partecipare al banchetto (erano tempi di fame), a Marino Piazza, a varie formazioni liturgiche. Storicamente, in ambito liturgico, sono da ricordare: il primo coro di Piumazzo di voci bianche, il coro diretto dal cappellano don Riccardo, il coro diretto da don Marino Dal Fiume, quello diretto dal Maestro Giuseppe Bina e successivamente dalla figlia Anna, la formazione guidata dalla Maestra Maria Pia Rubbi.

Il paese ha espresso anche due formazioni jazzistiche e diverse di musica leggera. Anche ai giorni nostri le personalità musicali di Piumazzo sono tantissime: dal prestigioso oboista Luca Vignali, all’organista Paolo Zappacosta, alla flautista Sabina Frondi, al clarinettista Michele Boni, a Dimer Maccaferri e Emiliano Frondi (corno), fino a personaggi dello spettacolo e della musica d’intrattenimento quali Raffaella Carrà e Renato Tabarroni.

Ma torniamo al sacro… La formazione attuale del Coro S.Giacomo di Piumazzo consta di oltre 30 elementi di età compresa tra i 18 e gli “anta” avanzati. Per ragioni lavorative, di studio e per i cambiamenti che intercorrono nella vita di ogni persona, nel corso di questi vent’anni c’è stato turnover, ma si è conservato lo zoccolo duro che rappresenta l’ossatura del coro: dalla direttrice Maria Teresa Mazzoli e il marito organista Lauro Casali (anime e ideatori del coro), a Rosolino Zironi, Lamberto Tabellini,  Alessandra Rossi, Rosa Simoni, Elsa Gasperini, Anna Bina, Daniela Vignali, Stefano Tampieri, presenti nel coro dai primissimi tempi della sua formazione sino ai giorni nostri. Alcuni coristi prestano le loro voci ad altre formazioni quali il coro Tomas Luis De Victoria di Castelfranco o il coro di Redù.

Tra le più importanti partecipazioni del coro vanno ricordate: il concorso regionale per cori parrocchiali del 1998, la Santa Messa nella basilica Superiore di S.Francesco ad Assisi nel 2001, il concerto di Natale con il soprano Chiara Molinari nel 2005, Il concerto per coro, cornamuse e zampogne nel 2008 con Franco Calanca e Teresio Testa, due partecipazioni alla rassegna corale natalizia nella Cattedrale di San Pietro a Bologna nel 2001 e nel 2009.

Sabato 22 Maggio, alle ore 21, inizieranno i festeggiamenti per il ventennale del coro con un concerto nella chiesa di San Giacomo a Piumazzo.

Oltre al suddetto coro è prevista la partecipazione della formazione Soli Deo Gloria di Bologna diretta dal Maestro Gian Paolo Luppi, saranno presentati brani da ciascuno dei due cori e brani a cori uniti. (Willer Comellini).

 

Musica per la liturgia fra tradizione e novità.

 
Relazione di Mons. Marco Frisina tenuta a Bologna nella cripta della Cattedrale di S.Pietro domenica 20 novembre 2005 in occasione della solennità di Cristo Re.

L’argomento mi è sempre stato a cuore, da quando iniziai a scrivere i primi canti per la liturgia. Il primo canto in assoluto che scrissi, prima che entrassi in Seminario, fu Benedici Signore, del 1977, quando tanti di voi non erano ancora nati.

Quei canti nacquero proprio per una esigenza pratica. Io mi stavo diplomando in composizione era il ’79 a Roma, e mi avvicinai al Seminario nel penultimo anno di studi musicali, credendo probabilmente di non scrivere più musica. 

Entrando in Seminario il Rettore di allora, Mons. Romano, mi chiese di scrivere dei canti per il Seminario. E allora cominciò questa avventura. Mio malgrado a dire la verità, perché io pensavo che se dovevo scrivere musica, doveva essere musica sacra di un certo tipo, diciamo anche di una certa elevatezza. Venivo dal Conservatorio, quindi volevo far vedere quanto valessi. Ma il Rettore era molto sicuro, molto deciso nelle sue richieste, e volle dei canti semplici, perché li doveva far cantare a dei seminaristi – che per tradizione non sono sempre eccezionali come cantori – e d’altra parte, dignitosi, degni della Liturgia. Dovevano essere secondo la tradizione, però dovevano far cantare tutti; dovevano seguire i testi del messale come indicavano i documenti della Chiesa, ma nello stesso tempo dovevano coinvolgere immediatamente.

Erano gli anni ’70, e canti liturgici giovanili ce ne erano tanti; ma erano poco liturgici e molto giovanili, e il Rettore non li amava troppo. Come punto di riferimento, mi diede sempre il gregoriano. E questo fu l’inizio della mia avventura con i canti liturgici.

Devo dire che i primi anni sono stati un po’ duri, perché cercavo di capire che cosa fosse veramente necessario. Invece quello sforzo mi fece capire che era possibile rimanere fedeli alla tradizione della Chiesa e, proprio interpretando con fedeltà quella tradizione, creare un reper-torio per tutti e nello stesso tempo di una qualità sempre più alta. Cominciai a fare i primi tentativi, le cui cavie erano i seminaristi, che mi furono molto utili perché capii cosa si poteva fare e cosa non si doveva fare; scoprii alcune cose che adesso, dopo tanti anni, ho razionalizzato in maniera maggiore.

Scoprii che è importante innanzi tutto capire che cos’è tradizione: è una consegna che mi viene fatta, ma di cui io sono responsabile non perché la devo custodire a chiave o, per usare le parole evangeliche, perché devo mettere il talento sotto terra. Invece devo rendere questa consegna viva oggi, e poi devo consegnarla al domani. Il mio compito è quello di passamano, non ne sono il padrone. E allora questo significa che, con umiltà, bisogna leggere la tradizione, capire che cosa la tradizione ci consegna; e con la stessa umiltà sforzarci di essere coloro che la incarnano oggi, la sua ricchezza, per poterla consegnare alle generazioni future.

Capii, per esempio, che non bisogna scrivere canti per i giovani e canti per gli adulti: i canti sono per tutti. Io non voglio scrivere canti per i giovani, voglio scrivere i canti per la Chiesa, per la comunità ecclesiale. E devono essere coinvolgenti sia per i giovani come per gli anziani, per gli intellettuali come per i semplici. Non devo, io, fare un repertorio, come dire, mirato: non sono mica un commerciante che devo vendere dei prodotti mirati. Io non vendo un prodotto, io aiuto, devo aiutare i miei fratelli a pregare. E’ questo che la Chiesa mi chiede di fare.

 

La normativa del gregoriano: cinque criteri

 

Il gregoriano cominciò a essere per me un riferimento, ma non come spesso s’intende, come se bisognasse imitarlo, copiarlo o camuffarlo. Sarebbe come dire un uomo del Medioevo vestito con l’abito di oggi. Non ha senso. La Chiesa nomina il gregoriano come normativo, così dicono i documenti. Il fatto che il gregoriano sia normativo ha un valore molto importante. Normativo significa “ fare legge”. Vuol dire che nel gregoriano ci sono delle regole dentro, delle leggi, delle strutture che sono valide eternamente e non sono legate al linguaggio medievale, ma possono essere valide anche oggi e saranno valide domani.

Per me è molto importante questo, perché sono queste regole che devono condizionarci tutti, così come la Chiesa ci chiede. Quando ero più giovane pensavo a queste cose come un peso, perché come tutti i giovani scalpitano quando vengono chiusi dentro a delle scatole o dentro a dei criteri. Ma adesso capisco che quei criteri, quelle regole, sono la freschezza del canto liturgico, sono la garanzia di cui il canto liturgico si avvale.

Di quei criteri ne ho enucleati cinque, che per me sono dei binari, e ve li volevo illustrare per farvi capire come si possono avvicinare due cose così apparentemente lontane, tradizione e attalità.

 

1. Innanzitutto il gregoriano ci insegna il primato della parola sulla musica. Cosa vuol dire? Il gregoriano non mette le parole sulla musica, ma fa sì che la musica allarghi, dilati il valore di una parola e sia al suo servizio. Si pone al servizio della parola, perché la musica di fatto è questo. Quando Dio creò il mondo, quando, all’inizio di tutto, si cominciarono a separare gli elementi, quando cominciò ad esistere il mondo e la materia, Dio mise all’interno di tutto il suo verbo, il suo logos, a governare la creazione, dando a tutte le cose il significato, il senso, il valore che dovevano avere. Le cose dovevano parlare, dovevano narrare la gloria di Dio. Cominciò da subito: le leggi universali, come la gravitazione, l’elettromagnetismo, le leggi nucleari sono cose meravigliose. Anche la fisica oggi, che prima non aveva queste cognizioni, ci mostra la bellezza del Verbo per mezzo del quale tutto è stato fatto.

Il Verbo è la logica di tutte le cose, e io direi anche è l’armonia delle cose, ossia quella capacità che le cose hanno di essere tra di loro correlate. Noi percepiamo l’equilibrio, l’armonia del tutto, e ci sentiamo come se tutte le cose cantassero un bellissimo canto che noi ascoltiamo; abbiamo quella sensazione.

Beethoven ci insegna (ci sono delle parole bellissime nei suoi quaderni di appunti) che la musica è leggere questo Verbo nascosto, ascoltare quest’armonia nascosta, che l’uomo solo sa intendere perché è fatto a immagine di Dio, è una lingua che può capire solo chi è fatto a immagine di Dio.

Capite allora che le parole, che veicolano i concetti, sono dei codici per parlare, per poterci intendere. Quindi la musica è qualcosa che sorpassa le parole, ma nella rivelazione del Verbo, quando il Verbo si è rivelato, le due cose devono andare insieme. E’ come se le parole che Cristo ci ha svelato, con la musica diventassero potentissime, concetti animati da questo linguaggio universale, che il Signore ci ha regalato, e che si pone al servizio di quei concetti, di quelle parole per poterci nutrire spiritualmente, in maniera eccezionale.

Quindi la musica al servizio della Parola di Dio, che è la Parola di Dio rivelata, sono rivelazioni di rivelazioni, è una specie di rivelazione al quadrato la Parola cantata. Quando san Benedetto dice “pregare due volte, cantando”, vuol dire questo concetto: è una preghiera potenziata, quindi un gesto straordinario.

Quindi, capite, nel gregoriano la musica è al servizio della parola, perché è al servizio di Cristo; serve proprio ad aprire le parole, come a schiuderle, a renderle più comprensibili, al punto tale che se uno non capisce le parole, attraverso la musica le capisce, tanto è forte il legame. Quindi esiste nel gregoriano questo legame con il primato della parola.

 

2. La melodia. Il gregoriano è melodia. Essenzialmente melodia, non c’è neanche accompagnamento; se lo vedete il gregoriano non ha l’accompagnamento, è melodia pura. Io ci pensavo a questo fatto, di questa melodia pura, semplice a una voce sola, così essenziale. Ma che cos’è la melodia? La melodia è una cosa molto importante, perché, attraverso la melodia noi trasformiamo i suoni, qualsiasi suono, in qualcosa di comprensibile. I suoni, da soli, sono soltanto dei rumori. Eppure questi rumori, messi in ordine, creano delle melodie che provocano in ciascuno di noi una reazione. E’ una cosa un po’ misteriosa la melodia, le note sono sempre quelle, si dice sempre con sette note si sono fatti miliardi di musiche, eppure quelle stesse note in un ordine danno una reazione, in un altro no. Vi siete domandati perché? A volte sono le stesse identiche note, a volte anche nella stessa successione, ma le durate cambiano; e la durata, unita all’altezza delle note, provocano in noi una reazione o un’altra. Noi ci commuoviamo a volte per una melodia. Come è possibile che ci si possa commuovere? Che cosa succede? E’ perché una melodia è una sintesi di tante informazioni che vanno a toccare nel nostro cuore una sorta di tastiera misteriosa, la tastiera dell’anima, che reagisce, che vibra in sintonia con noi. Ci sono delle melodie che commuovono, delle altre che eccitano, delle altre che ci addormentano, pensate alla ninna nanna, altre che danno la sensazione della maestà, altre della dolcezza, della forza, ecc. Perché? Perché dentro questo rapporto melodico tra i suoni il compositore ha messo delle informazioni, e nella preghiera la melodia è necessaria, perché la preghiera è sempre un atto di amore a Dio, e la melodia nella liturgia è sempre un grande canto d’amore. Il cuore, nel canto liturgico, nella melodia liturgica, deve sempre aprirsi verso Dio. La melodia, quindi, è molto importante: senza di quella non c’è preghiera. Quando si canta bisogna che il nostro cuore vibri nel canto. Lo dico soprattutto per noi, perché per noi musicisti è difficile scrivere melodie, però di melodie il gregoriano ce ne ha lasciate tantissime, meravigliose, ci possono commuovere perché è come se ci accompagnassero per mano a comprendere questo mistero d’amore che ci lega a Dio.

 

3. Le forme del gregoriano. Se voi avete un po’ di dimestichezza del gregoriano, conoscete le sue forme: il salmo, l’inno, l’antifona, il responsorio, la litania ecc. Sono tutte forme legate all’azione liturgica, non ce n’è nessuna non legata all’azione liturgica. Forme scelte solo per accompagnare l’azione liturgica. Per esempio non si trova il mottetto. Il mottetto nasce storicamente in un periodo in cui si abbellisce una melodia al punto tale da renderla indipendente per il coro; per esempio, si prendeva uno spunto gregoriano e se ne faceva poi una composizione meravigliosa. Però questa forma non la trovate nel gregoriano. Nel gregoriano ci sono delle forme molto più semplici. Antifona e salmo, ovvero un ritornello, che è di tutti, e un salmo, che è della schola. E’ normale, questa è la struttura normale dei canti di ingresso, di Comunione e di Offertorio. Trovate l’inno che è tutto strofico, ossia strofe con la stessa musica con parole diverse, trovate le litanie, trovate il responsorio e anche il graduale che è simile al mottetto, il graduale che è il salmo responsoriale, di fatto, ma che è anche un po’ più complesso, fatto per un solista, fatto per un gruppetto di persone più esperte. Ma all’interno di tutti i brani sono pochi quelli che hanno queste strutture. In maggioranza sono strutture partecipative, proprio perché fatte per la liturgia. Per cui quando uno si accinge a scrivere un brano per la liturgia deve stare attento che rientri in una di quelle forme, deve stare attento perché così è sicuro che nella liturgia è utile, ha una locazione opportuna.

 

4. Il linguaggio stesso musicale, il linguaggio con cui è scritta questa musica. Io di solito dico sempre che c’è una emozione all’interno del gregoriano, ma un’emozione composta, come se chi sta pregando sentisse vibrare nel cuore e rimanesse stupito, fermo, orientato verso il cielo, poi lo fa uscire come se fosse un fiore, come se fiorisse. Questa atmosfera tipica del gregoriano, emoziona sempre. Io capisco che per chi non è abituato a sentire il gregoriano può sembrare una cosa poco emozionante, ma se voi lo sentite bene, capite quello che voglio dire. Il canto gregoriano, nella sua semplicità, provoca in noi una sorta di nostalgia di cielo, di dilatazione del cuore, in certi casi, certe melodie, certi inni, certe antifone, anche di gioia. Capisco che è in un linguaggio che per noi può sembrare antico, perché è di 1000 anni fa, ma l’atmosfera generale è quella ed è importante. Noi diciamo: è musica sacra, subito. Ma perché diciamo subito che è sacra e non profana? Perché sentiamo che tutti questi elementi ci orientano in cielo, in alto.

 

5. L’eseguibilità. Che vuol dire? Che i brani gregoriani, come estensione, come intervalli, sono tutti eseguibili; non ci sono cose strane, non ci sono estensioni esagerate, ma soprattutto non ci sono intervalli innaturali, tutto è melodicamente eseguibile, perché era eseguito da persone normali. Non c’era il coro della Scala o, non c’era il professionista che doveva esibirsi: era il popolo (o il coro) che doveva eseguire quei canti.

 

Allora, queste 5 caratteristiche si adattano anche oggi a qualunque canto, perché non sono legate a un’epoca. Il valore della parola, la liturgia, la forma, l’atmosfera spirituale, l’eseguibilità possono essere di qualunque canto, di qualunque epoca. Io non ho parlato di imitare lo stile gregoriano, perché non m’interessa imitarlo, perché non sarei capace, perché io vivo 1000 anni dopo, e anche più di 1000 anni dopo. E’ come voler fare un falso: vediamo un bel capolavoro rinascimentale, ci mettiamo a dipingere come si faceva nel Rinascimento. Si vede che è un falso, si vede che non è vero. Ma le caratteristiche del gregoriano dobbiamo tenerle presenti, perché queste cose creano il canto, anche oggi, un canto che può essere spiritualmente fruibile, che è giusto per la liturgia e che ci aiuta nella preghiera.

Per esempio, come può un canto liturgico, oggi, essere normato come il gregoriano? Facile: la Parola di Dio deve essere il testo. Lo diceva il Concilio già 40 anni fa, che i canti liturgici devono essere tratti esclusivamente dai testi liturgici o dalla Parola di Dio e gl’inni e le altre cose create apposta devono essere in continuità con i testi biblici e liturgici, non si possono scostare da lì. Lo diceva 40 anni fa. Quindi, vedete, anche oggi la musica deve seguire il testo. Per esempio, io non posso fare il canto di Pasqua che sembra il Miserere del venerdì santo. Perché? Perché io devo seguire il testo: se c’è un Alleluia e c’è un Miserere, la musica sarà diversa; non posso fare un Alleluia dopo un Miserere o viceversa, perché la musica deve aiutare a capire il valore delle parole, che cosa ci sta dicendo quel testo. E’ la parola che deve essere prima, è lei che deve uscir fuori, perché non sono io che canto me stesso, ma canto la parola della Chiesa.

Così come la forma: se io devo far cantare un’assemblea, la forma deve essere quella del gregoriano, l’antifona, con il salmo successivo, una strofa successiva. E l’antifona è fatta dal popolo. Potrei pure scegliere un’altra forma, la litania, potrei scegliere anche l’inno, ma devo scegliere una di quelle forme per far pregare tutti, se no me la faccio per me, mi scrivo un bel canto per me, me lo ascolto e me lo canto. Ma poi che cosa ci faccio? Posso pure scrivere un capolavoro, ma non serve alla Chiesa.

Così come l’eseguibilità: se io faccio un canto che ha bisogno di un soprano che vada al si bemolle acuto, ma che lo faccio a fare? Lo faccio se ho il coro a quella maniera, sennò non lo posso fare, non mi serve. Così come l’atmosfera, non è che ci metto lì una bella chitarra con distorsore, con una bella batteria elettronica.  Potrebbe anche andare di moda, ma io voglio far pregare, non voglio mica fare la disco dance. Ho bisogno che chi lo fa lo senta dentro questo, non fuori: è facile farlo sentire fuori, dentro deve essere sentito. Quindi come il gregoriano, quello stupore, quella emozione tutta profonda che deve sempre esserci. Avete notato poi, quando cantate i miei canti, che si possono eseguire sia a una voce che a quattro o più voci. Perché faccio questo? Perché conosco bene le parrocchie, conosco i gruppi, conosco le comunità. Allora alcuni hanno cori bravissimi, poi ci sono parrocchie che quando hanno 5,6 cantori è una grazia di Dio. Cosa fare? Puniamo quelli che hanno 5 cantori, oppure viceversa puniamo i grandi cori delle cattedrali? No, facciamo in maniera tale che quel canto possa essere adattato da loro, secondo la misura dell’opportunità, senza che si tolga niente al canto. Certo, avere l’orchestra, il coro e tutto il resto è più bello che non averlo, però se si può avere anche solo uno che canta, e canta la melodia, per questo io parlo di melodia, la melodia può da sola aiutare a pregare anche tutti, anche da soli. Non è facile, però ci si riesce, ormai diventa un’abitudine, si pensa già in maniera modulare; e poi magari è bello vedersi tutti insieme. Magari in una delle vostre parrocchie si fa a una voce il canto, in quell’altra si può fare a 4 voci, poi magari ci si vede tutti insieme, tra parrocchie diverse, si mettono insieme le forze e il brano viene fatto integralmente come deve essere fatto con gli strumenti, con i cori, con i solisti: è bello poterlo fare, si può fare così.

Questo voglio farvi capire: quello che deve sempre vincere è la Chiesa, è bello che sia così. E la vostra parrocchia, la vostra realtà totale fatta di popolo e coro.

 

Conclusione: differenze tra musica religiosa, sacra e liturgica; ruoli dei partecipanti.

Ricordatevi alcuni criteri. Per esempio, non tutta la musica sacra è liturgica. Questo è un criterio cui bisogna stare attenti. Allora: c’è la musica profana, che a volte s’intrufola anche nella liturgia, ma non c’entra niente; poi c’è la musica religiosa, che è quella che s’ispira a Dio, alle cose di Dio, ma qui mancano caratteristiche precise, come quelle che vi ho detto prima. All’interno della musica religiosa, poi, c’è la musica sacra che è quella fatta sulla Parola di Dio, usando i testi, con l’atmosfera anche spirituale; ma non basta. All’interno della musica sacra c’è la musica liturgica che è fatta esclusivamente per la liturgia, appositamente.

Faccio un esempio: la Messa in si minore di Bach è il massimo, a mio avviso, che è stato espresso come musica sacra dedicata a Dio, più di quella credo non se ne possa fare. Eppure quel capolavoro incredibile non si può eseguire durante la liturgia perché la forma, la struttura, l’eseguibilità e tutto il resto non è adeguato alla liturgia; perché il Gloria dura un’ora, ha bisogno di 4 solisti, di coro e orchestra e questo ha senso, perché se uno ascolta tutto il Gloria si dimentica che è in chiesa a Messa; e dopo un’ora ti ricordi che bisogna continuare la messa, che c’è la colletta e tutto il resto. Chiaramente è un capolavoro assoluto: allora bisogna eseguirla dopo la messa, o prima. Avanti si celebra la messa e dopo inizia il concerto, uno si siede e si sente questa cosa meravigliosa e va in paradiso. Ma non è più una celebrazione eucaristica. Questa differenza è importantissima, perché uno dice: ma è tanto bello questo pezzo, perché non lo facciamo? Non basta che sia bello, deve essere adeguato alla celebrazione, altrimenti invece di essere bello diventa ingombrante e soprattutto distrae, perché il fine della celebrazione è lodare Cristo Eucaristia. Se io non arrivo lì con il cuore e con tutto me stesso, io mi distraggo. Tanto è vero che i canti si devono interrompere quando l’azione liturgica corrispondente è finita. Per esempio, il canto d’ingresso è un canto d’ingresso. Non è che io devo eseguire le 12 strofe del canto, il parroco è arrivato magari all’altare, si siede, dopo un quarto d’ora, finito il canto, si rialza per continuare la messa. No, io capisco che il coro ama quel canto e lo vuole fare, allora magari comincia prima, ma, finito l’ingresso, il canto è finito. Così alla Comunione, così all’Offertorio, proprio perché il canto in quel caso è al servizio della liturgia.

Questo vi fa capire che l’azione liturgica governa, però non significa che noi non dobbiamo eseguire anche brani belli, brani di grandi capolavori: dobbiamo eseguirli nei luoghi giusti. Magari come secondo canto di Comunione, quando tutto il popolo ha fatto la comunione si siede e possiamo pregare tutti con un meraviglioso mottetto di Palestrina, così come all’Offertorio, se non c’è una grande processione; e soprattutto fuori dalla liturgia sono mille i momenti. Ma, capite, anche lì è una questione di equilibrio, di opportunità all’interno dell’azione liturgica. E ricordatevi sempre la finalità, il fine: il canto liturgico ha come finalità, dicono i documenti della Chiesa, la gloria di Dio e l’edificazione dei fratelli, non lo spettacolo del coro o del direttore.

Altro problema sono i ruoli. A Roma c’era un parroco che faceva tutto: celebrava Messa, leggeva le letture, suonava, cantava, contemporaneamente: era un funambolo. Questo non ha senso, perché nella celebrazione c’è posto per tutto. Innanzi tutto c’è l’assemblea che deve cantare, l’assemblea è il coro più grande, ma è un coro vero, anche se vi sono dei soprammobili nell’assem-blea, persone che stanno lì ferme che non si muovono e non reagiscono. Possono esserci anche quelle, ma noi nell’assemblea dobbiamo avere a cuore anche questi, e insegnare all’assemblea che tutti siamo Corpo di Cristo glorioso, battezzati, che stiamo celebrando la Pasqua e dobbiamo tutti vibrare insieme a Cristo glorioso. Quindi anche il “soprammobile” deve cantare e dobbiamo trovare il modo, una strategia, per potere smuovere il cuore di questa gente, perché ci sarà grata dopo. Davanti al Signore si diventa tutti bambini, tutti nell’innocenza cantando la gloria di Dio, bisogna insegnarlo, perché il canto ha questo valore. L’edificazione dei fratelli dei Padri del Concilio è questo: far crescere nel cuore della gente l’amore per Dio, e il canto aiuta, perché il canto libera, è liberante. Come le signore che cantano in casa, quando stirano, o i signori che si fanno la barba e fischiettano. In pubblico non lo farebbero mai, ma lì sono liberi, tranquilli, sereni; a maggior ragione davanti al Signore, bisogna liberare il cuore nel canto. E l’assemblea dobbiamo farla cantare.

Io, scherzando, ogni tanto dico che in San Giovanni (in Laterano) ci sono gli Apostoli, i dodici apostoli del Borromini intorno alla navata centrale, che sanno i canti, perché ormai li hanno imparati stando sempre lì. E alla gente chiedo: “Ma scusate, cantano anche gli apostoli, cantate anche laggiù in fondo, non sento, …” Li prendo un po’ scherzando, ma per far capire che è una cosa bella.

Poi c’è il coro. Il coro è l’assemblea più brava. A me non interessano quelli che cantano per mestiere, io voglio quelli che sanno cantare col cuore. E il coro serve a questo, perché il coro è al servizio dell’assemblea e di Dio, non fa gruppo a sé dicendo: Ah, noi siamo del coro! Se siete del coro, vuol dire che siete al servizio della liturgia in maniera più cosciente degli altri. E il coro infatti è in una posizione tra l’altare e l’assemblea perché è in questo servizio, e aiuta l’assemblea, la sostiene, canta le parti più difficili che l’assemblea non può fare, le strofe magari, ecc. ma non schiaccia l’assemblea, non dice all’assemblea: siccome voi non sapete cantare, ascoltate noi. Ecco, quest’atteggiamento non ci deve essere, deve essere l’atteggiamento di chi aiuta l’assemblea e dialoga con l’assemblea.

C’è poi il salmista. Il salmista ha un ruolo fondamentale perché lui non soltanto fa il solista, il salmista proclama la Parola di Dio, e col canto, e ha un valore grandissimo. Il salmista è quello che interpreta la risposta, il canto delle letture: la prima lettura propone e il salmo risponde. Quindi il salmista deve saper cantare bene, proclamare bene, salmodiare bene, come dice l’introduzione del messale, che vuol dire saper cantare parlando, parlar cantando, in maniera tale che tutti capiscano e possano con la musica anche essere nutriti.

Il solista, invece, è quello che interpreta alcune parti dei canti che sono riservate a un solista, ma è meno importante del salmista.

E poi c’è il celebrante. Mi viene da ridere perché penso ai miei confratelli: alcuni sono bravissimi, altri, diciamo, stentano … Però è un problema ogni volta perché a Pasqua il celebrante deve cantare e deve cantare tutte le cose che gli appartengono, compreso il prefazio, prima cosa, le orazioni, il canone. Il canto del celebrante dà il la a tutta l’assemblea e anche agli altri, ed è bello. Vi ricordate Giovanni Paolo II come cantava: lui era abituato a cantare e anche quando stava male cantava uguale, infatti quando lo sentivo cantare dicevo: “sta ancora bene”, perché per cantare, ci vuole che il diaframma sia a posto, e lui, infatti, fino alla fine, quasi, ha cantato; perché è il canto del celebrante, insieme all’assemblea, al coro, che porta su tutta la liturgia, come dice il prefazio. Nel prefazio il celebrante si prende per mano tutta la Chiesa e la porta sulla soglia del paradiso, la conduce lì e apre la porta e dice insieme agli angeli: cantiamo.

Quindi vedete che tutti i diversi partecipanti all’azione liturgica hanno un loro ruolo. Una volta non era così chiaro. A dir la verità, faceva un po’ tutto il coro, il celebrante cantava, ma fra celebrante e coro si faceva tutto. Ma adesso è bello che ci sia tutta questa possibilità, compresi gli strumenti, l’organo, ognuno nella sua parte raffigura la Chiesa come corpo fatto di membra diverse che partecipano l’una all’altra all’unico amore.

Mons. Marco Frisina